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Genti di Dio
Viaggio fotografico nell’altra Europa
Attraverso frontiere interne, immateriali di mondi in bilico tra cristianesimo, islam ed ebraismo, cattolicesimo e ortodossia

7 ottobre - 12 novembre 2006
Mostra di Monika Bulaj
Manifestazioni collaterali
Ideazione e cura: Renato Morelli
2006

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GENTI DI DIO
Viaggio fotografico nell’altra Europa
Attraverso frontiere interne, immateriali di mondi in bilico
tra cristianesimo, islam ed ebraismo, cattolicesimo e ortodossia.


fotografie e testi di Monika Bulaj

“Polacca e viaggiatrice come Kapuscinski, Mickiewicz, Potocki e - perché no - Wojtyla, anche lei insegue voci deboli, cerca periferie, microcosmi dimenticati dalla storia. Racconta come pochi le terre di nessuno, sospese tra luce e ombra, monoteismo e superstizione, Occidente e Oriente. Viaggia leggera, veloce come un'oca selvatica. Dorme sotto le stelle, mangia quando capita, ha la resistenza di un guerrigliero afghano. Cerca in Iran e sul Baltico, traversa Caucaso e Carpazi lungo piste da bracconieri. Riempie taccuini di una scrittura minuta, fotografa con gli occhi prima che con la macchina. Un lampo blu che cattura, addomestica, trova l'anima delle cose." (Paolo Rumiz)

Con questa mostra Monika Bulaj cerca le frontiere interne, immateriali, delle fedi. Compie un viaggio parallelo, esplora i territori franchi di coabitazione tra monoteismi. Mondi in bilico fra cristanesimo, islam e ebraismo, cattolicesimo e ortodossia.
Per gli stereotipi che rompe, questo viaggio nel sacro di Monika Bulaj è forse la cosa più dissacrante che ci sia. Ci mostra musulmani che festeggiano il sabat, ebrei che leggono il Corano, musulmane che segnano la croce sul pane prima di metterlo in forno e quelle che pregano la Madonna, cristiani che pregano gli alberi e la luna e sgozzano le capre nei templi, feste della fertilità cui accorrono islamici e cristiani, sciiti che festeggiano con i sunniti l'apertura delle moschee.
Ma anche l'orizzonte fisico si amplia, va molto oltre il mondo carpatico, si spinge lontano, in una nebulosa di luoghi ignorati, arriva ai confini del Mar Caspio, scende lungo il Bosforo, si addentra nella Istanbul più segreta, risale sui monti della Bulgaria dove suonano le zampogne, si perde tra Tibisco e Danubio nella terra dove vivono gli zingari narrati dai film di Kusturica, risale a Nord verso l'Ucraina occidentale, nei monasteri dove sopravvive l'ortodossia più antica, più passionale, più radicata al grembo della grande madre Russia. Luoghi di fede passionale, mistica. Centri di resistenza quasi clandestina contro l'aggressione dei pensieri unici e delle intolleranze. Mondi viscerali, nemici dei dogmi e delle gererchie, ma anche straordinari anticorpi allo scontro tra fondamentalismi.
Non sono solo le periferie d’Europa. Sono anche le periferie delle fedi. Periferie speciali, dove i monoteismi oggi in conflitto generano - a sorpresa - terreni di coabitazione. Ed è un mistero che proprio questi territori, devastati da tanti massacri e deportazioni, siano riusciti a generare una capacità di incontro che altrove il mondo sta perdendo.
Fedi passionali, che i chierici dell’Islam, del Cristianesimo o dell’Ebraismo bollano spesso come superstizione. Fedi popolari, radicate al territorio, all’anima delle acque, dei boschi, alla tomba di un profeta o di un santo. Ma capaci, anche, di travolgere le frontiere implacabili delle confessioni. Una risorsa formidabile, miracolosa e spesso ignorata.


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